DIFENDIAMO IL RISO ROLO E QUELLO ITALIANO
PROVINCIA REGGIANA - Riceviamo un Ordine del Giorno di Giuseppe Pagliani FI gruppo Terre Reggiane a difesa delle produzioni di riso italiano e reggiano, il comune di Rolo e’ un territorio storicamente vocato alle produzioni di qualità, oggi ridotte nelle quantità, inoltre la tradizione gastronomica reggiana presenta svariati utilizzi di questo prezioso cereale, non da ultimo nella realizzazione della tradizionale torta di riso.


Ordine del Giorno grugno Terre Reggiane
Al Presidente della Provincia di Reggio Emilia
Considerato che:
il riso prodotto in Italia è tra i migliori al mondo. Più pregiato di quello asiatico dal quale si distingue per l’alta qualità organolettica, l’eccellente tenuta di cottura e l’elevato rilascio di amido, ideale per mantecare i risotti.

Tenuto conto che:
a minacciare questo primato non c’è solo l’incubo della siccità (è noto che questa coltivazione ha bisogno di tanta acqua).
Recentemente deve affrontare un altro problema. Bruxelles, invece di proteggere le produzioni europee, soprattutto in un momento in cui sono messe a rischio dalle scarse precipitazioni, con regole inadeguate favorisce la concorrenza di oltre oceano.

Dato che:
nella provincia reggiano e nello specifico nel territorio comunale di Rolo da sempre si coltiva riso sin dai secoli scorsi

Considerato che:
pur essendo diminuite fortemente le coltivazioni rolesi di riso esistono ancora campi coltivati che producono quantità limitate di preziose specie quali Carnaroli ed Arborio

Dato che: tanti piatti della tradizione gastronomica reggiana sono realizzati con il riso, non da ultima la storica torta di riso


Visto che:
a fine aprile scorso, l’Europarlamento ha approvato il regolamento sulle agevolazioni tariffarie per i Paesi meno avanzati – come Cambogia e Myanmar – per i prossimi dieci anni, lasciando invariata la clausola “fantasma” sull’import di riso. In sostanza, i dazi su questo cereale proveniente dall’Asia scattano solo se le importazioni aumentano di oltre il 45% rispetto alla (già elevatissima) media degli ultimi dieci anni.
Significa spalancare le porte del mercato europeo. La filiera italiana ha cercato di indurre Bruxelles alla ragionevolezza, ma senza riuscirvi.
Il risultato è stata l’invasione del riso asiatico, anche già lavorato e confezionato sui nostri mercati. Il nostro prodotto italiano e locale, considerato il fatto che il comune reggiano di Rolo ha una storica produzione di riso, non può competere con i prezzi molto bassi applicati da indiani o vietnamiti.

Dato che;
il Copa-Cogeca (la principale organizzazione dei produttori agricoli europei) ha stimato che la “clausola fantasma” mette a rischio 100 mila ettari di riso tipo Indica in Europa con un costo di 4 miliardi, a fronte di un vantaggio di appena 18 milioni per i produttori dei Paesi beneficiari dell’accordo. Di questi fanno parte Cambogia e Myanmar, grandi esportatori verso la Ue con oltre 500 mila tonnellate, più che raddoppiate nell’ultimo decennio e arrivate a coprire quasi un terzo delle esportazioni totali pari a 1,6 milioni di tonnellate (su un consumo di 2,6 milioni).

Va considerato che:
nel 2025 sono arrivati nel nostro Paese oltre 300 milioni di chili di riso straniero, in aumento del 10 per cento rispetto all’anno precedente, e di cui l’80 per cento di provenienza asiatica. Il 60 per cento del riso che entra beneficia del dazio zero e, dal 2009, le importazioni sono passate da poche decine di migliaia di tonnellate a oltre mezzo milione. A tutti è noto il dumping esercitato con l’uso di pesticidi vietati e con lo sfruttamento del lavoro minorile nei paesi asiatici che oggi vi fanno concorrenza sleale.

Tenuto conto che:
la Ue sta trattando con la Thailandia (tra i primi tre Paesi esportatori al mondo di riso) un accordo di libero scambio, con firma prevista per fine anno, che faciliterebbe ulteriormente le importazioni da questa nazione. Per il riso europeo ma soprattutto per le aziende italiane, sarebbe il colpo di grazia.

Visto che:
il nostro Paese è primo produttore europeo con oltre il 50 per cento dei quantitativi. Competere con i giganti asiatici è impossibile. Basti pensare alla concorrenza dell’India (secondo produttore al mondo), che ha il 40 per cento della commercializzazione globale del riso. Nel 2025 ha avuto un raccolto superiore alla media degli anni precedenti ed ha buttato sul mercato il 20 per cento in più del cereale, drogando il mercato con ribassi dei listini insuperabili per gli alti costi produttivi che abbiamo in Italia. A peggiorare la situazione già compromessa ci si è messo il fattore Hormuz. Il blocco del transito dei container dei fertilizzanti ne ha determinato una penuria facendo schizzare i prezzi di quasi il 50 per cento. Stesso discorso per i carburanti. Il gasolio agricolo da gennaio ad oggi è aumentato da 0,85 euro al litro a 1,37 euro (+60 per cento), dopo aver toccato anche picchi superiori.
Questa tensione ha travolto la contrattazioni. Le storiche borse merci di Mortara e Vercelli hanno registrato, da maggio 2025 a maggio 2026, un crollo del prezzo all’ingrosso di Carnaroli, Arborio e Vialone (i grandi risi della tradizione italiana) di oltre il 50 per cento.
Nello specifico: Vialone Nano -58,2 per cento. Carnaroli e similari -50 per cento. Arborio e Volano -46,8 per cento. Sant’Andrea e similari -45 per cento. Ma questa è solo una parte della storia.


Dato che;
molti risicoltori hanno i silos mezzi pieni di Carnaroli e Arborio e non sanno se riusciranno a vendere il cereale bianco e neppure a che prezzo perché non è detto che le quotazioni non scendano ancora.
Il presidente di Coldiretti Vercelli-biella, Roberto Guerrini, è arrivato a minacciare il ritiro del rappresentante dell’Organizzazione dalla Commissione prezzi, della borsa merci. Una presa di posizione che la dice lunga sul livello di tensione raggiunto nel vercellese, territorio risicolo per eccellenza.

Considerato inoltre che;
la Ue non solo ha spalancato le porte alle esportazioni asiatiche ma non vuole affrontare di petto il problema del differente quadro legislativo   a cui devono sottostare i produttori europei, che li rende meno competitivi rispetto al resto del mondo. Chi coltiva in Myanmar, in India o in Pakistan può usare insetticidi vietati nel Vecchio Continente. Il 50 per cento della superficie totale coltivata a riso in Asia subisce trattamenti con prodotti chimici molto impattanti. Le coltivazioni sono flagellate dagli insetti. In India, ad esempio, le sostanze per contrastarli e impedire che danneggino il raccolto costituiscono oltre la metà dell’intero mercato agro chimico e, il riso, insieme a cotone e ortaggi, assorbe circa il 90 per cento dei pesticidi utilizzati nel Paese.

Tenuto conto inoltre che:
la principale differenza tra le coltivazioni asiatiche e quelle europee è rappresentata quindi dal più largo impiego di fungicidi e insetticidi, con trattamenti ripetuti più volte oltre che dal tipo di prodotti, ammessi dalle leggi dei Paesi nostri concorrenti. Il divario tra le normative europee e quelle asiatiche continua a sollevare polemiche da parte delle associazioni di categoria e dall’Ente nazionale risi, ma finora sono mancate le risposte.
“La decisione sui dazi dell’Europarlamento dimostra ancora una volta l’incoerenza dell’Europa che, da una parte, pretende sostenibilità qualità e sicurezza alimentare dagli agricoltori europei ma, dall’altra, continua ad aprire il mercato a produzioni straniere che non rispettano gli stessi standard, scaricando il prezzo di queste contraddizioni sulle imprese agricole italiane” ha ribadito in più occasioni nei mesi scorsi Coldiretti.

Da considerare inoltre che:
c’è anche un’altro aspetto rilevante, ed è quello che potremmo definire come una grave crisi di identità. Le varietà storiche, Arborio, Carnaroli, Sant’Andrea, Ribe, Roma, Vialone Nano, si confrontano sullo scaffale con risi venduti con denominazioni che ne denotano l’utilizzo: “Riso per risotto”, “Riso per insalate” o “per minestre”, ma anche “Riso rapido”, “Chicchi ricchi”, “Chicchi preziosi” e via dicendo.
“Nel mondo del riso, i dazi non sono una novità. Li conosciamo da anni e sappiamo che, se utilizzati con equilibrio, possono rappresentare non una chiusura dei mercati, ma uno strumento di tutela e reciprocità. Il punto, quindi, non è essere favorevoli o contrari in modo ideologico ma capire se le regole sono uguali per tutti”, ha più volte affermato Dario Scotti, presidente di Riso Scotti, azienda nata nel 1860, cresciuta a Pavia nel cuore della risaia italiana, e che oggi porta il prodotto finito in decine di Paesi nel mondo. “In Europa produciamo rispettando standard ambientali, sociali, qualitativi e di sicurezza alimentare molto elevati, se però sul nostro mercato arrivano risi prodotti a costi molto più bassi, da Paesi non soggetti agli stessi vincoli in termini di lavoro, ambiente, controlli e sostenibilità, non c’è una sana competizioni ma una distorsione. In questo senso i dazi in ingresso non sono protezionismo: sono una forma di riequilibrio”. Scotti mette anche l’accento su un altro fattore. Non c’è solo un problema di concorrenza distorta ma anche di compromissione della qualità, a danno dei consumatori. “Il prezzo del riso non dipende solo dall’agricoltura, ma anche da fattori internazionali come trasporti, cambi, accordi commerciali e politiche dei grandi Paesi produttori”,   - spiega Scotti. “Quando tutto questo rende più conveniente importare prodotto a basso costo, il rischio è che il prezzo diventi l’unico elemento di confronto, oscurando ciò che per noi fa davvero la differenza: qualità, origine e sicurezza”.

C’è poi il tema dei dazi in uscita. Per un’azienda esportatrice come la Riso Scotti, presente in oltre 80 Paesi, ogni nuova barriera può incidere sulla competitività e sulla continuità di relazioni costruite nel tempo. “Serve equilibrio: difendere il mercato europeo non significa chiudersi, ma chiedere reciprocità. Chi entra in Europa deve rispettare standard comparabili a quelli dei nostri produttori; chi esporta deve poter contare su regole chiare, che non penalizzino la qualità italiana nel mondo”, riassume l’imprenditore.
Secondo l’Ente nazionale risi, se la coltivazione di questo cereale non dovesse più garantire una redditività adeguata, molti agricoltori potrebbero orientarsi verso produzioni considerate meno rischiose, come il mais o la soia.
La conseguenza sarebbe una riduzione delle superfici coltivate, con effetti sull’economia (l’impoverimento di una voce dell’agroalimentare italiano) e sull’ambiente: le risaie sono infatti fondamentali per l’equilibrio idrogeologico e la biodiversità della Pianura Padana.


Si impegna il Presidente della Provincia di Reggio Emilia
- a sostenere il progetto a difesa delle coltivazioni di riso italiano inviando questo ordine del Giorno ai parlamentari dall’Emilia Romagna, al Ministro dell’agricoltura ed al Presidente della Regione Emilia Romagna

- a sostenere, anche con una campagna di comunicazione mirata il valore delle coltivazioni locali e nazionali di riso specificando la qualità pregiata delle produzioni

- coinvolgere gli europarlamentari eletti nel nostro collegio a tutelare le produzioni italiane e locali del cereale bianco centrale per la realizzazione di tanti piatti prelibati della cucina locale ed italiana in genere.

FOTO REPERTORIO


05/08/2026

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Paolo Ruini
paoloruini@canaledisecchia.it